giovedì 9 dicembre 2010

Quei pilastri in calcestruzzo

Il film di Martone "Noi credevamo" non ha suscitato grande entusiasmo nella critica. A me è sembrato importante (senza contare che mi è proprio piaciuto). C'è chi storce il naso perché magari la ricostruzione storica non è perfetta - o forse non è in linea con il ben pensare?


E' vero anche che non è una novità che l'Unità d' Italia sia stata realizzata malamente. Il film, su questo, non aggiunge approfondimenti storici, ma qualcosa in più c'è: c'è la percezione che non si parli solo del Risorgimento, si parla anche dell' oggi; c'è la convinzione che l'Unità d'Italia non sia affatto una questione conclusa.

Nel corso del film compaiono i segnali di questo avvicinarsi al presente, piccoli particolari, fino ad arrivare ad inquadrare un edificio in costruzione, in cui è evidente l'uso del cemento; quei pilastri in calcestruzzo, così incongrui, su cui la macchina da presa si sofferma, ci riportano alla nostra dolorosa situazione di paese diviso e stanco.

Sarò una sentimentale, ma vedere la disillusione di Domenico nel constatare il fallimento degli ideali di giustizia sociale e libertà democratica per cui aveva tanto sofferto, mi ha fatto venire un groppo alla gola.

sabato 27 novembre 2010

Anche il commissario Montalbano in difficoltà

"«Mannaggia! E io che ho messo in libbirtà Gallo!».

«Mandiamo qualche altro».

«Dottore, non abbiamo personali. Con tutti questi tagli che ha fatto il governo...»

«E hanno macari il coraggio di chiamarla liggi supra alla sicurezza dei cittadini! Semo arridotti senza machine, senza benzina, senza armi, senza òmini... Si vidi che sunno seriamenti 'ntinzionati a favoriri la sdilinquenza. Basta. Che potemo fari?». (Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica, Sellerio 2010, p.103)


Pazienza l'economia che va a rotoli, pazienza che crolli La casa dei gladiatori a Pompei, e che la scuola e l'università pubbliche vengano disgregate, e che la cultura sia fatta a pezzi... ma che mi mettano in difficoltà anche il commissario Montalbano è troppo!

domenica 21 novembre 2010

Bricconcelli che ricattano il regime

Di questi tempi in cui basta una giovane ladruncola a mettere in difficoltà il "regime" (e insisto regime) mi fa un curioso effetto leggere Il nipote del Negus di Camilleri, libro divertentissimo.

Racconta e trasforma la storia di un nipote del Negus venuto in Italia a studiare attorno agli anni Trenta, prima della guerra etiopica. Il protagonista del romanzo, molto disinvolto con le donne, amante del lusso e della bella vita, ne combina di tutti i colori e riesce a farsi mantenere, senza badare a spese e senza, per altro, adempiere alle richieste che gli vengono rivolte (scrivere una lettera allo zio Negus per esaltare le virtù della Rivoluzione Fascista). Questo giovane principe di colore, bello, atletico, grande amatore e, soprattutto, furbissimo, riesce a prendersi gioco di tutti, addirittura del duce, mostrando il vero volto miserabile del regime fascista. Camilleri propone documenti e fatti inventati che, nella loro falsità, ricostruiscono perfettamente l'atmosfera di quell'Italietta ridicola governata da personaggi tronfi e volgari.
(Ahimé, come somiglia all'Italia di oggi!).


mercoledì 17 novembre 2010

XY


Ho appena finito l'ultimo libro di Veronesi, XY.

In questo momento mi è sembrato come un'allegoria del nostro tempo, soprattutto della nostra società italiana: una confusa raccolta di frammenti che non trovano un motivo di aggregazione. La storia, come è ormai noto da articoli e interviste, racconta di una strage incomprensibile, assurda, un delitto che sembra inspiegabile. Non a caso il frontespizio del romanzo riporta una citazione di Durrenmatt, di cui ho già scritto riguardo alla sua avversione per il genere giallo, dove tutto alla fine si può spiegare razionalmente: "Un fatto non può 'tornare' come torna un conto, perché noi non conosciamo tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande".

Quindi il trionfo dell'irrazionale.

Eroi di questa storia sono due specialisti dell'irrazionale: un prete ed una psicanalista; sono due combattenti, molto dubbiosi ed umani, contro il Male, sì, proprio l'antico Male con la M maiuscola.

E' proprio questa impossibilità a trovare un percorso razionale che accomuna la storia di XY (le incognite per eccellenza? le due assi cartesiane? ) alla nostra società attuale, accozzaglia di elementi che ha smarrito ogni disegno complessivo.

Ad un certo punto, nel libro, si paragona l'avvenimento ad un incubo: "...questa storia somiglia a un incubo... Il crollo dei nessi di causalità, l'impossibilità di trovare vie d'uscita, il simbolismo radicale di ogni singolo evento, sono tutte cose che fanno di questa storia quanto di più vicino a un incubo mi sia capitato di vivere."
Mi sembra, decisamente, il ritratto della nostra vita pubblica, oggi, in Italia: "... abbastanza assurda da umiliare la ragione che cerca di spiegarla ma non così assurda da impedirci di star qui a osservarla..."

giovedì 4 novembre 2010

Felicità on the road

L'altra sera ho visto Mammuth con Dépardieu. E' definita una commedia: a me ha procurato un attacco di malinconia; probabilmente perché ho la stessa età del protagonista (e sono pure in pensione). Sono anche piuttosto in carne (non come Dépardieu, ma almeno come sua moglie). La mia tristezza è dovuta forse alla considerazione che qualsiasi fuga dalla quotidianità, qualsiasi avventura on the road, mi potrebbe piacere, ma non mi procurerebbe la felicità che regala invece al nostro eroe. Anche perché non mi ci vedo su una moto con tutti i miei libri, con il computer, con i miei cd e dvd, con pennelli colori e tele, con tutti gli armenicoli che mi salvano dalla noia: per essere felici bisogna essere semplici d'animo? cristianamente poveri di spirito?




Il film mi è piaciuto, ma non per quello che racconta. L'ho guardato, piuttosto, come se sfogliassi un album di foto: alcune sgranate, con una luce pallida; altre con contorni sfuggenti come scattate dalla moto in corsa; altre ancora con particolari che giganteggiano agli angoli dello schermo. Bellissima la scena con un pezzo di moto nell'angolo destro, in primo piano, e un mondo sfumato dietro. Quadri.

venerdì 22 ottobre 2010

Nero nero da ridere ma non troppo

Black comedy.

Aver a che fare con un camionista maschilista razzista nazista ignorante violento che disprezza tutto ciò che ha a che fare col pensiero... ammetto che possa risvegliare istinti omicidi. Naturalmente nelle persone normali arriva l'autocontrollo e al massimo uno può sfogarsi con qualche insulto ben piazzato (magari non troppo ironico, vista la levatura intellettuale di chi hai davanti: non capirebbe, per cui è meglio procedere con insulti espliciti).
Ma se devi costruirci su una storia, puoi liberamente scivolare nell'assurdo. Così viene fuori un bel film:
Una cena quasi perfetta di Stacy Title.
Intendiamoci: le mie simpatie non vanno certo al campionario di persone reazionarie che vengono invitate a cena per essere avvelenate dal gruppetto di amici (con cui, tra l'altro, condivido l'orientamento politico), ma certo che loro si fanno prendere la mano... mi fanno venire in mente certi gruppuscoli di estrema sinistra di casa nostra, che hanno perso completamente il senso della realtà, ma con una differenza: questi qui, intendo gli estremisti nostrani, non danneggiano nessuno, ma neanche combinano un granché, a parte parlarsi addosso.
Comunque il film mi è piaciuto e, anche se la critica non è molto positiva, mi sono proprio divertita.

Il finale, poi, è altamente istruttivo.

domenica 3 ottobre 2010

Chi ha paura dei fantasmi?

Ho già scritto che non credo al soprannaturale, ma questo non mi impedisce di trovare affascinanti le storie misteriose (purché raccontate con garbo e intelligenza). E' lo stesso atteggiamento che provo nei confronti dei fatti di cronaca nera: non c'è verso, non mi appassionano; tutti quei fattacci che tengono inchiodati tanti Italiani di fronte al video non mi dicono nulla, mi annoiano. Eppure amo il genere poliziesco, mi piacciono i gialli.

Ho appena finito di leggere un raccontino ingegnosissimo e molto "ghost" (Ti trovo un po' pallida) e nella postfazione dell'autore, che parla di sé, ho trovato la descrizione, tracciata con ineffabile ironia, del mio rapporto con l'irrazionale: "Personalmente non ho mai visto o sentito fantasmi né ho mai fatto nulla per cercare di evocarli. La grande questione della vita oltre la morte non mi ha mai interessato (finora) anche se so che sta invece a cuore a moltissimi, in un modo o nell'altro. Ma l'evocazione letteraria è un'altra cosa e una ghost story organizzata coi dovuti effetti ti può appassionare, quasi convincere, comunque impressionare".

Chi scrive è Carlo Fruttero; e continua, raccontando di una sera, da giovane, in cui aveva avuto l'impressione di essere seguito nel buio (e chi non l'ha mai avuta, con l'irrefrenabile impulso di voltarsi indietro?): "Mi fermavo, ma senza voltarmi. Poi ripartivo a sorpresa, in fretta. E quello dietro... Allora mi imponevo una sosta raziocinante... Immobile sotto la luna consideravo i fatti... Ma certo! Ero io stesso il fantasma, ero io a sollevare coi miei tacchi piccole cascate di ghiaia che ricadendo alle mie spalle... Nei miei rapporti col mondo soprannaturale non sono mai andato più in là di così, anche se quel giovanile episodio mi fa pensare che un incontro con un "vero" ectoplasma mi lascerebbe stecchito".