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lunedì 2 aprile 2012

Indovina indovinello

«-Loro, proprio loro, - canticchiò il lungo personaggio a quadretti con voce da caprone, parlando di Stëpa al plurale.- Del resto, in questi ultimi tempi, hanno fatto porcherie spaventose. Si sbronzano, allacciano relazioni con donne approfittando della propria posizione, non fanno un accidente, e non fanno niente per il semplice motivo che non capiscono niente del lavoro che è stato loro affidato. Danno ad intendere lucciole per lanterne ai loro superiori!
-Usano senza una ragione le automobili dell'ufficio,- spiattellò il gatto, masticando un fungo.»

Indovina, indovinello: di chi si parla? di quale paese ? di che tempo?
Qualcuno potrebbe dire: Facile, sono i nostri attuali amministratori pubblici, che ci hanno portato, con l'aiuto di gran parte della classe politica, al ragguardevole traguardo di Stato tra i più corrotti in Europa (e forse al mondo).

E invece no. La citazione è tratta da "Il maestro e Margherita", di Bulgakov, l'epoca è quella contemporanea allo scrittore (cioé tra il 1928 e il 1940, periodo in cui ha scritto il romanzo) e il luogo è l'U.R.S.S., già, proprio l'Unione Sovietica.
Chi avrebbe mai detto che siamo così simili alla tanto vituperata burocrazia della dittatura staliniana?

sabato 11 giugno 2011

Una considerazione in più


Ormai credo si sia detto tutto, a proposito di nucleare; è difficile trovare nuovi argomenti a favore o contro. Comunque, siccome sono convinta che le sollecitazioni più efficaci (su qualsiasi argomento) vengano dalla letteratura, riporto queste parole di uno dei protagonisti di Libertà di Jonathan Franzen:
«L'effetto serra è una minaccia enorme, - disse Walter... - eppure non è grave quanto le scorie nucleari. A quanto pare, le specie possono adattarsi molto più in fretta di quanto credevamo. Se il cambiamento climatico si verifica nel corso di un centinaio di anni, un ecosistema fragile ha una piccola possibilità di salvezza. Ma quando esplode il reattore, tutto il mondo va a puttane in un colpo solo, e ci resta per i prossimi cinquemila anni.
...
Il nucleare è un pericolo incombente. Gli ecosistemi hanno zero possibilità di riprendersi da un disastro improvviso.»


Voterò sì per dire no al nucleare.


sabato 27 novembre 2010

Anche il commissario Montalbano in difficoltà

"«Mannaggia! E io che ho messo in libbirtà Gallo!».

«Mandiamo qualche altro».

«Dottore, non abbiamo personali. Con tutti questi tagli che ha fatto il governo...»

«E hanno macari il coraggio di chiamarla liggi supra alla sicurezza dei cittadini! Semo arridotti senza machine, senza benzina, senza armi, senza òmini... Si vidi che sunno seriamenti 'ntinzionati a favoriri la sdilinquenza. Basta. Che potemo fari?». (Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica, Sellerio 2010, p.103)


Pazienza l'economia che va a rotoli, pazienza che crolli La casa dei gladiatori a Pompei, e che la scuola e l'università pubbliche vengano disgregate, e che la cultura sia fatta a pezzi... ma che mi mettano in difficoltà anche il commissario Montalbano è troppo!

domenica 21 novembre 2010

Bricconcelli che ricattano il regime

Di questi tempi in cui basta una giovane ladruncola a mettere in difficoltà il "regime" (e insisto regime) mi fa un curioso effetto leggere Il nipote del Negus di Camilleri, libro divertentissimo.

Racconta e trasforma la storia di un nipote del Negus venuto in Italia a studiare attorno agli anni Trenta, prima della guerra etiopica. Il protagonista del romanzo, molto disinvolto con le donne, amante del lusso e della bella vita, ne combina di tutti i colori e riesce a farsi mantenere, senza badare a spese e senza, per altro, adempiere alle richieste che gli vengono rivolte (scrivere una lettera allo zio Negus per esaltare le virtù della Rivoluzione Fascista). Questo giovane principe di colore, bello, atletico, grande amatore e, soprattutto, furbissimo, riesce a prendersi gioco di tutti, addirittura del duce, mostrando il vero volto miserabile del regime fascista. Camilleri propone documenti e fatti inventati che, nella loro falsità, ricostruiscono perfettamente l'atmosfera di quell'Italietta ridicola governata da personaggi tronfi e volgari.
(Ahimé, come somiglia all'Italia di oggi!).


mercoledì 17 novembre 2010

XY


Ho appena finito l'ultimo libro di Veronesi, XY.

In questo momento mi è sembrato come un'allegoria del nostro tempo, soprattutto della nostra società italiana: una confusa raccolta di frammenti che non trovano un motivo di aggregazione. La storia, come è ormai noto da articoli e interviste, racconta di una strage incomprensibile, assurda, un delitto che sembra inspiegabile. Non a caso il frontespizio del romanzo riporta una citazione di Durrenmatt, di cui ho già scritto riguardo alla sua avversione per il genere giallo, dove tutto alla fine si può spiegare razionalmente: "Un fatto non può 'tornare' come torna un conto, perché noi non conosciamo tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande".

Quindi il trionfo dell'irrazionale.

Eroi di questa storia sono due specialisti dell'irrazionale: un prete ed una psicanalista; sono due combattenti, molto dubbiosi ed umani, contro il Male, sì, proprio l'antico Male con la M maiuscola.

E' proprio questa impossibilità a trovare un percorso razionale che accomuna la storia di XY (le incognite per eccellenza? le due assi cartesiane? ) alla nostra società attuale, accozzaglia di elementi che ha smarrito ogni disegno complessivo.

Ad un certo punto, nel libro, si paragona l'avvenimento ad un incubo: "...questa storia somiglia a un incubo... Il crollo dei nessi di causalità, l'impossibilità di trovare vie d'uscita, il simbolismo radicale di ogni singolo evento, sono tutte cose che fanno di questa storia quanto di più vicino a un incubo mi sia capitato di vivere."
Mi sembra, decisamente, il ritratto della nostra vita pubblica, oggi, in Italia: "... abbastanza assurda da umiliare la ragione che cerca di spiegarla ma non così assurda da impedirci di star qui a osservarla..."

mercoledì 18 agosto 2010

L'antigiallo



Se, come ho scritto tempo fa, il giallo decreta il trionfo della razionalità e garantisce il ristabilirsi della giustizia, esiste anche l'antigiallo; che, naturalmente, metterà in scena il fallimento della ragione e, di conseguenza, il non raggiungimento dello scopo primario di ogni indagine: la punizione del colpevole.


Nemico dichiarato del genere poliziesco, Durrenmatt scrive appunto l'antigiallo, anzi scrive "un requiem per il romanzo giallo" : nel suo breve romanzo La promessa (da cui è stato tratto l'omonimo film di Sean Penn) costruisce la sconfitta del detective per eccellenza, l'ispettore Matthai, che, pur avendo correttamente ragionato ed indagato, perderà la partita per una banale casualità.
Marina Polacco, nel suo saggio L'intertestualità, riporta la seguente affermazione di Durrenmatt, molto illuminante sulla natura del genere giallo: "No, quel che mi irrita di più nei vostri romanzi è l'intreccio. Qui l'inganno diventa troppo grosso e spudorato. Voi costruite le vostre trame con logica; tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente, là la vittima, qui il complice, e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia. Questa finzione mi manda in bestia". Vero, verissimo, ma è proprio per questo che a me piace questo tipo di narrativa: so bene che è consolatorio, ma dobbiamo sempre soffrire?

lunedì 26 luglio 2010

Il giallo perfetto

Perché amo i gialli? Perché sono razionali. Mettono ordine nel caos della vita e della morte. Per quanto efferato sia il delitto proposto, per quanto sconvolgente sia la confusione che un delitto genera nella società, si è sicuri che alla fine i conti torneranno. Non dico che vengano risolti materialmente i casi, ma lo saranno razionalmente, il che è pacificatorio per lo spirito: te ne fai una "ragione". Non così nella vita, in cui spesso sfugge la razionalità delle decisioni altrui (e qualche volta anche il senso delle scelte proprie). Quindi il giallo è un sollievo.


Il giallo è consolatorio anche per un altro motivo, essenziale per una persona civile: alla fine, viene ripristinata la legalità, o per lo meno (anche se qualche potere forte, occulto o no, tenta di impedirlo) è chiaro per tutti che la legalità rimane un valore imprescindibile. Si può dire altrettanto della vita reale in questi tempi bui?

Nelle opere che preferisco il meccanismo narrativo rende razionali e plausibili gli avvenimenti in modo che questi convergano in un finale che ristabilisca l'ordine e al tempo stesso escluda ogni intervento soprannaturale; in questo senso il giallo perfetto è "Dieci piccoli Indiani" di Agatha Christie.



In questo gioiello narrativo, come leggo nella postfazione di Falzon, «Nigger Island costituisce anche un viaggio a ritroso del Super-Io che, uscito dalla legalità che gli è propria, si immerge nelle profondità dell'Es animalesco... è una regressione verso un sistema di punizione "primitiva" ... La giustizia illegale dell'isola non mette in dubbio la legalità della giustizia sulla "terraferma", anzi la rafforza perché ribadisce la sua inevitabilità e l'impossibilità per un colpevole di fuggire dalle sue maglie»


Continua Falzon con una citazione di Tzvetan Todorov: «I condannati - e il lettore - tentano invano di scoprire chi esegua le punizioni che si susseguono... Nessuna spiegazione naturale sembra possibile. Bisogna ammettere l'esistenza di esseri invisibili, e di spiriti. Evidentemente tale ipotesi non è realmente necessaria e non mancherà la spiegazione naturale» (La letteratura fantastica, Garzanti, Milano, 1977, p.51).

martedì 20 luglio 2010

Cosa leggerò ad agosto?

L'altra sera con un' amica-lettrice si parlava di letture estive. L'estate è già avanti e certamente chi doveva dare consigli li ha già dati; tanto pour parler, penso alle estati scorse, a quel che mi è piaciuto leggere soprattutto: gialli gialli volentieri, ne ho una lista infinita. Si potrebbe obiettare che le letture "estive" hanno senso solo per chi lavora e va in vacanza in estate; che i fortunati-poveri pensionati possono disporre di letture senza etichette. Eppure, che nostalgia il borsone dei libri, alcuni pensati, altri raccattati all'ultimo momento! Quei libri saporosi di aromi salmastri o montani, magari da rubarsi impazienti tra moglie e marito, tra figlie e genitori! La lettura "estiva" non è un semplice accadimento casuale, ma una categoria dello spirito.

E allora chi tiro fuori dal borsone? La Fred Vargas no, perché di solito, quando arriva l'estate, ho già letto il suo ultimo libro, Camilleri... Augias...Carofiglio...Agatha Christie...Durrenmat...

Fruttero & Lucentini, che ho conosciuto per una memorabile Antologia della fantascienza edita da Einaudi (la mia edizione è del 1968) curata appunto dai due scrittori. (Ma la fantascienza è un altro capitolo; oggi parlo di gialli).

I titoli che mi vengono in mente: Il palio delle contrade morte, La donna della domenica, Enigma in luogo di mare, ma ce ne sono ancora altri che aspirano all'etichetta estiva. Anzi, alcuni non sono ancora nel borsone!

domenica 11 luglio 2010

Il viaggio dell'elefante

Impossibile resistere: un viaggio e Saramago.

La parola viaggio per me è altamente evocativa: di percorsi sognati, realizzati, solo desiderati, liberatori, folgoranti di scoperte.

Tutto è viaggio.

Di questo libro di Saramago dico solo che mi piacerebbe sorvolare l'avventurosa e pittoresca carovana, che da Lisbona ha portato fino a Vienna Salomone-Solimano, l'elefante, e Subhro-Fritz, il suo cornac.
Il significato del libro? Prendo in parola lo stesso autore che dice:
"Ogni lettore ha diritto a leggere alla sua maniera. C'è già fin troppa gente che ci dice cosa dobbiamo fare e cosa dobbiamo pensare. Un buon romanzo deve essere uno spazio di libertà che solo apparentemente ci deve condizionare. Il lettore può chiudere le porte che lo scrittore ha aperto, e aprirne altre. Il romanzo è uno dei romanzi possibili. Niente di più". (da un articolo di Paolo Collo su Repubblica del 2 aprile 2009).
Grazie, Saramago. Mi prenderò la libertà di ricreare l'incanto della tua fiaba in un racconto illustrato per bambini. Penso che ti farà piacere.






P.S.: Per i curiosi che volessero sapere come è venuto in mente a Saramago l'idea del romanzo riporto dalla sua prefazione:
"Se Gilda Lopes Encarnação non fosse lettrice di portoghese all'Università di Salisburgo, se io non fossi stato invitato ad andare a parlare agli studenti, se Gilda non mi avesse invitato a cena nel ristorante L'Elefante, questo libro non esisterebbe. C'è voluto che gli ignoti fati si coniugassero nella città di Mozart perché io potessi domandare: «Che cosa sono quelle figure?» Le figure erano delle piccole sculture di legno disposte in fila, la prima delle quali ... era la nostra Torre di Belém. ... Mi fu detto che si trattava del viaggio di un elefante... Il libro che ne risulta è qui... " (José Saramago, Il viaggio dell'elefante, Einaudi 2009)

sabato 19 giugno 2010

Il mio saluto a Saramago

Penso che in questi giorni si spenderanno fiumi di parole per ricordare Saramago. Desidero salutarlo anch'io, consapevole che non sarò né originale né profonda. Voglio solo dire che il mondo sarà un po' più triste e senz'altro meno civile: la sua presenza mi ricordava che da qualche parte c'era qualcuno che interveniva lucidamente nel caos di barbarie che ci sta sommergendo.
Nella mia biblioteca sono molti i libri di Saramago che devo ancora leggere; proprio per ricordarlo lascerò da parte altre letture e mi dedicherò solo alle sue opere. Tra gli scritti che ho già letto preferisco Cecità: è il romanzo che me lo ha fatto conoscere ed è un po' come il primo amore. Romanzo eccezionale e coinvolgente, uno di quei libri che si cominciano e non puoi smettere di leggere anche se ti angosciano. Indimenticabile la moglie del medico, una donna che racchiude in sé un'accorata saggezza tutta femminile. Il romanzo si chiude con il suo sguardo sulla città:

Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, E' arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.